A. Pipinellis – GitHub

Si lo so, il nome dello scrittore sembra uno scherzo… e invece non lo è…
Lettura veloce di circa 70 pagine che descrive in modo molto pratico l’utilizzo di GitHub per la creazione e la condivisione di progetti software all’interno della piattaforma che ormai spadroneggia su tutti i fronti.
Non si sa mai che prima o poi voglia pubblicare qualcosa da lasciare sviluppare a programmatori più seri di me… d’altronde “Quando hai perso interesse in un programma, l’’ultimo tuo dovere è passarlo a un successore competente.” (cit. La cattedrale e il bazaar di Eric Raymond)


I capitoli sono:

  1. Repository e uso dell’issue tracker
  2. Usare il wiki e gestire le versioni del codice
  3. Gestire organizzazioni e team
  4. Collaborazione con il flusso di lavoro di GitHub
  5. GitHub Pages e Web Analytics
  6. Le impostazioni degli utenti e dei repository

Tra le altre cose che ho portato a casa da questo manuale è la possibilità di usare strumenti dedicati alla creazione di siti web statici per i propri progetti personali o blog. Nel testo si cita Jekyll in quanto è stato sviluppato (almeno inizialmente) da uno dei fondatori di GitHub, anche se su internet è possibile trovare una moltitudine di programmi simili (come ad esempio Hugo e Gatsby). Mi incuriosiscono, vorrei approfondire l’argomento ma non so se avrò tempo e soprattutto se il gioco vale la candela (ovvero il tempo investito nello smacchinarci).

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Dato vs. Informazione

Ipotizziamo di indossare un orologio particolarmente evoluto che, ogni ora, identifica la nostra posizione e legge a voce alta la temperatura esterna.
Ogni ora ci comunica la temperatura esterna.
La temperatura esterna è un dato.
A che ora il dato diventa informazione?
Dipende.
Da cosa dipende?
Dipende a che ora ci stiamo vestendo per uscire. Solo in quel momento il dato della temperatura esterna diventa informazione perchè ci permette di attuare una scelta su quali vestiti indossare in funzione della temperatura esterna.

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Eric S. Raymond – La cattedrale e il bazaar

La cattedrale e il bazaar di Eric Steven Raymond è un testo (o saggio… ma mi sembra eccessivo) del 1997 dove Raymond, utilizzando come esempio lo sviluppo del software fetchmail (sviluppato dallo stesso Raymond), analizza il successo della metodologia di sviluppo software introdotte la Linus Torvald per il progetto Linux, in contrasto al paradigma di programmazione “a cattedrale” in voga in gran parte del mondo commerciale (ma anche all’interno della stessa Free Software Foundation di Stallman di cui Raymond era un “seguace”). L’analisi dei due modelli viene condotta confrontando le diverse modalità di interpretare l’attività di debugging.

Al di là dei tecnicismi però ci sono degli spunti molto interessanti che scorrono costantemente su due binari paralleli: da un parte Raymond con il suo software fetchmail e sull’altro binario Torvalds con Linux e la grande rivoluzione del software open source.

Stallman storcerebbe il naso ad una simile definizione… preferirebbe “free software”… ma d’altronde HURD non ha ancora visto la luce…

Ed ecco le 19 regole che emergono, come capisaldi, dal nuovo paradigma del bazaar:

  1. ogni buon lavoro software inizia dalla frenesia personale di uno sviluppatore.
  2. I bravi programmatori sanno cosa scrivere. I migliori sanno cosa riscrivere (e riusare).
  3. “Preparati a buttarne via uno; dovrai farlo comunque.” (Fred Brooks, “The Mythical Man-Month”, Capitolo 11)
  4. Se hai l’atteggiamento giusto, saranno i problemi interessanti a trovare te.
  5. Quando hai perso interesse in un programma, l’ultimo tuo dovere è passarlo a un successore competente.
  6. Trattare gli utenti come co-sviluppatori è la strada migliore per ottenere rapidi miglioramenti del codice e debugging efficace.
  7. Distribuisci presto. Distribuisci spesso. E presta ascolto agli utenti.
  8. Stabilita una base di beta-tester e co-sviluppatori sufficientemente ampia, ogni problema verrà rapidamente definito e qualcuno troverà la soluzione adeguata.
  9. Meglio combinare una struttura dati intelligente e codice non eccezionale che non il contrario.
  10. Se tratti beta-tester come se fossero la risorsa più preziosa, replicheranno trasformandosi davvero nella risorsa più preziosa a disposizione.
  11. La cosa migliore, dopo l’avere buone idee, è riconoscere quelle che arrivano dagli utenti. Qualche volta sono le migliori.
  12. Spesso le soluzioni più interessanti e innovative arrivano dal fatto di esserti reso conto come la tua concezione del problema fosse errata.
  13. “La perfezione (nel design) si ottiene non quando non c’è nient’altro da aggiungere, bensì quando non c’è più niente da togliere.” Antoine de Saint-Exupèry (aviatore e designer di aerei, quando non scriveva libri per bambini)
  14. Ogni strumento dovrebbe rivelarsi utile nella maniera che ci si attende, ma uno strumento davvero ben fatto si presta ad utilizzi che non ci si aspetterebbe mai.
  15. Quando si scrive del software per qualunque tipo di gateway, ci si assicuri di disturbare il meno possibile il flusso dei dati – e mai buttar via alcun dato a meno che il destinatario non ti ci costringa.
  16. Quando il linguaggio usato non è affatto vicino alla completezza di Turing, un po’ di zucchero sintattico può esserti d’aiuto.
  17. Un sistema di sicurezza è sicuro soltanto finché é segreto. Meglio diffidare degli pseudo-segreti.
  18. Per risolvere un problema interessante, comincia a trovare un problema che risvegli il tuo interesse.
  19. Stabilito che il coordinatore dello sviluppo abbia a disposizione un medium almeno altrettanto affidabile di Internet, e che sappia come svolgere il ruolo di leader senza costrizione, molte teste funzionano inevitabilmente meglio di una sola.

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Retropie – Parte 2: configurare l’SSH

Uno dei motivi che mi hanno fatto propendere per l’utilizzo di Retropie al posto di Recalbox è che con Retropie è possibile attivare e configurare il protocollo SSH; in questo modo è possibile collegarsi al sistema anche da remoto con un altro pc sulla stessa rete ed operare quindi direttamente sul sistema senza dover sempre togliere e mettere la scheda microsd.

Per abilitare l’SSH è necessario andare nel menù di configurazione
“Raspi-Config” ed entrare nella voce “Interfacing options” dove c’è proprio una voce dedicata al protocollo SSH (che ovviamente è da abilitare). Per conoscere l’indirizzo IP a cui collegarsi è sufficiente entrare nel menù di configurazione e selezionare “Show IP”… semplicissimo. Ovviamente il Raspberry e il pc devono essere collegati alla stessa rete.

Una volta attivato il protocollo SSH è possibile eseguire, ad esempio, PuTTYSSH Client e inserire l’indirizzo IP del nostro Rasbperry con installato Retropie… una volta aperta la sessione SSH inserire username (pi) e password (raspberry) ed eccoci alla console…

Ovviamente appena si inizia a lavorare direttamente con il protocollo SSH diventa chiaro che dover digitare sempre la password dell’utente root non è affatto pratico. Per questo motivo è necessario configurare il sistema in modo che l’utente root venga abilitato ad operare con tale protocollo. In questo modo è possibile impartire i comandi (o operare dalla sessione grafica) direttamente con i permessi di root senza dover eseguire il comando sudo. Ma vediamo come fare modificando opportunamente il file /etc/ssh/sshd_config.

sudo nano /etc/ssh/sshd_config

modificare la riga

 PemitRootLogin without-password

in modo che diventi

 PermitRootLogin yes

Salvare il file premendo Ctrl X e confermare la sovrascrittura del file. A questo punto è possibile impostare la password per l’utente root con il comando:

sudo passwd root

inserire la nuova password e confermarla nuovamente.

Per rendere effettiva la modifica è necessario riavviare il sistema o tramite l’interfaccia grafica oppure con il comando:

sudo shutdown -r now

Le modalità di collegamento, una volta abilitato il protocollo SSH, sono molteplici:

  • è possibile utilizzare PuTTY SSH Client
  • è possibile selezionare File -> Connetti al server dal window manager di Cinnamon
  • è possibile creare una sessione SSH con Remmina
Un esempio di sessione SSH configurata con Remmina

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Retropie – Parte 1: l’installazione

Decido di fare una installazione di Retropie sul mio Raspberry partendo da 0 e cercando di modificare e personalizzare l’installazione dei vari emulatori e dei giochi.

Questa volta ho scaricato l’immagine retropie-4.5-rpi2_rpi3.img.gz dal sito ufficiale e l’ho decompressa. Questa volta per copiare l’immagine su scheda micro SD ho deciso di utilizzare il programma già presente nella distro Linux Mint anziché utilizzare il comando dd.

Dopo aver copiato l’immagine sulla scheda SD è necessario inserirla nel Raspberry e avviarlo per completare l’installazione. Al termine dell’installazione e al primo riavvio, EmulationStation rileva l’eventuale gamepad o joystick collegato al Raspberry e presenta subito la procedura guidata per la configurazione in modo da poter utilizzare subito il nuovo sistema.

Consiglio: quando si configura il joypad è opportuno configurare il tasto Hotkey con il tasto Select; in questo modo premendo contemporaneamente il tasto Select e il tasto Start si esce da ogni gioco.

Se si hanno problemi con l’audio collegando il Raspberry al televisore utilizzando un cavo HDMI (e quindi sfruttando la funzionalità di “pass-through”) è necessario togliere il commento dalle seguenti righe presenti nel file /boot/config.txt eseguendo la combinazione di comandi:

sudo nano /boot/config.txt

e togliere il commento dalle righe (ovvero togliere il carattere iniziale #)

hdmi_drive=2
hdmi_force_hotplug=1
hdmi_force_edit_audio=1

riavviare il sistema.

Consiglio: se dopo l’installazione del sistema Retropie funziona correttamente, NON FARE (e ripeto NON FARE) nessun aggiornamento del sistema. Può solo rendere il sistema più instabile.

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Ridimensionare, rinominare e aggiungere un watermark con uno script BASH (zh_rrw.sh)

Chi ha un sito sa bene che caricare le immagini è sempre un mezzo dramma.

Occorre ridimensionare le immagini perchè le attuali macchine fotografiche o i cellulari e i tablet fanno foto grandi come lenzuoli e con pesi (in MB) che non sono sempre comodi da uploadare (e da visualizzare sul sito).

Poi bisogna rinominare i file in modo da gestirli meglio… ma se i file sono molti diventa una scocciatura. Si possono usare programmi per il “rename” massivo, ma non sono sempre pratici.

Poi è carino aggiungere un watermark. E non sempre i programmi che usiamo per rinominare i file in modo massivo hanno questa funzionalità.

Per gestire le foto del mio sito usavo questa strategia:

  • rinominavo le foto a mano (con il tasto funzione F2 in ambiente Linux);
  • ho installato un plugin su WordPress in modo da ridimensionare la foto appena caricata in modo da ridimensionarla secondo una certa dimensione massima
  • poi ho installato un altro plugin su WordPress in modo da aggiungere automaticamente un watermark all’immagine. Il problema è che la dimensione del testo del watermark era fissa e non dipendeva dalle dimensioni dell’immagine caricata. Quindi a volte la scritta era microscopica, mentre altre volte enorme

Poi cercando in internet una soluzione migliore (e che magari mi facesse smacchinare un po’) ho trovato ImageMagick e tutti i suoi comandi per realizzare uno script da eseguire. Di seguito trovate il codice dello script perfettamente funzionante e con i commenti delle principali funzioni.

#!/bin/bash
echo "******************************************"
echo "* Script per ridimensionare, rinominare  *"
echo "* e aggiungere un watermark alle foto    *"
echo "* in modo massivo.                       *"
echo "*   Andrea Rustichelli - Dicembre 2019   *"
echo "*      www.andrea.rustichelli.name       *"
echo "******************************************"

echo "Inserisci il nome per i nuovi files..."
read file_name
echo "Ok, procedo a rinominare i file in: " $file_name

count=0
#scorre tutti i file .jpg presenti nella cartella dello script
for each in *.jpg
 do
  echo "Inizio elaborazione file "$each"..."
  #incrementa il contatore da utilizzare come suffisso del nome del file
  count=`expr $count + 1`
  echo $count
  #il contatore viene convertito su 3 cifre in modo da poter ordinare fino a 999 immagini con lo stesso nome
  count3d=$(printf "%03d" $count)
  #viene composto il nome del file di output
  file_out="$file_name"_"$count3d".jpg
  
  #questo comando di ImageMagick converte il file in modo che la dimensione massima del lato più lungo
  #sia impostato a 1024 pixel... il lato più corto viene ridimensinato di conseguenza per mantenere le
  #proporzioni dell'immagine
  convert -resize 1024x1024\> "$each" "$file_out"
  #questo comando di ImageMagick serve per creare il watermark con la scritta "andrea.rustichelli.name"
  #nalla parte bassa dell'immagine ridimensionata
  convert "$file_out" -pointsize 35 -fill white -undercolor '#00000080' -gravity South -annotate +0+5 'andrea.rustichelli.name' "$file_out"

  #il file originale viene spostato nella sottocartella chiamata "original_file", mentre il 
  #file di output viene spostato nella nella sottocartella chiamata "thumb"
  mv "$each" ./original_file
  mv "$file_out" ./thumb
 done
echo "Elaborazione terminata!"
exit

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Estrazione dati da vecchi HDD: da SATA a USB

L’opera di recupero dati prosegue… ma considerato che adesso mi sono rimasti solamente dei dischi con interfaccia SATA sia per l’alimentazione sia per i dati, ho deciso di fare un acquisto incauto su Ebay… un adattatore da SATA a USB (doppia USB per garantire una maggiore stabilità) dall’incredibile costo di € 9,90.

Oltre che per questa attività di recupero dati su HDD da 3.5 pollici sarà molto comodo per gestire come unità esterne i miei dischi da 2.5 pollici (ricavati da vecchi pc portatili).

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Estrazione dati da vecchi HDD: il coltellino svizzero

Coltellino svizzero perchè è un tool con tutti gli standard in un unico strumento, ma in realtà, a differenza del coltellino originale, è uno strumento ben poco compatto e portatile. Ma andiamo con ordine.

Ho voluto riesumare tutti i miei vecchi dischi fissi (o HDD o ancora HD) per vedere se riesco ad estrarre i dati cancellati nel corso delle varie formattazioni usando due strumenti come TestDisk e PhotoRec.

Sul mio vecchio computer fisso, nome in codice Giove, erano presenti 3 dischi fissi di dimensioni decenti, che però oggigiorno sembrano completamente sottodimensionati. Avevo 3 dischi da 3.5 pollici da 10, 120 e 320 GB (potrei anche sbagliarmi di qualche GB, ma la sostanza non cambia). Nel disco da 120 GB era installato il sistema operativo (il disco ha ospitato molteplici sistemi operativi, ma quelli ufficiali sono stati Windows 98 e Windows XP) e in una seconda partizioni i dati. Nel disco da 320 GB c’era una unica partizione con i dati “grossi” (musica, film e file di backup), mentre il disco da 10 GB (denominato Limbo) era utilizzato per stoccare i file in attesa di lavorazione.

Bene ciò premesso ho rispolverato un vecchio dispositivo acquistato alla Fiera dell’Elettronica di Gonzaga che permette di alimentare e di collegare i dischi alla porta USB di un computer per poter accedere ai dati contenuti sul disco come se fosse una qualsiasi unità rimovibile.

L’alimentatore termina con un connettore Molex (per alimentare i dischi più vecchi) ma è presente anche una prolunga che permette di alimentare anche i dischi con il connettore SATA (di più recente introduzione).

Invece il cavo USB da collegare al computer si collega ad un adattatore che presenta due attacchi IDE (o ATA) ma che presenta anche una porta per collegarci un cavo dati SATA nel caso si volesse interfacciare un disco con questo standard.

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Arcade stick (a.k.a. joystick) DIY con scatola di Barolo

Su Amazon ho comprato un kit con il joystick, i pulsanti e la basetta USB da collegare al pc (o al raspberry) e l’involucro di plastica per il joystick già preforato. Visto che è arrivato prima il kit rispetto all’involucro di plastica, ho deciso di provare comunque ad assemblare l'”arcade stick” utilizzando una scatola di legno di Barolo da tempo giacente in cantina (ovviamente le bottiglie erano già state bevute).

Il kit “arcade stick” comprende 8 pulsanti di circa 3 cm (4 colorati e 4 neri), 2 pulsanti neri più piccoli, il joystick (con 3 adattatori per “guidare” il movimento su 4, 8 direzioni o libero) la basetta con tutti gli attacchi, il cavo di collegamento usb e tutti i altri cavetti per collegare i tasti e il joystick alla basetta.

E’ bastato utilizzare un trapano avvitatore con le punte a tazza di due diverse dimensioni per praticare i fori necessari al montaggio dei pulsanti e del joystick. I pulsanti sono entrati abbastanza facilmente e la scatola di legno essendo abbastanza sottile ha permesso ai pulsanti di incastrarsi nell’apposito fermo senza nessun problema. Solamente per fissare il joystick è stato necessario praticare quattro piccoli fori con il trapano per permettere l’inserimento delle viti e dei dadi per fissare la struttura del joystick alla scatola di legno.

Per il fissaggio ho usato 4 viti, 8 rondelle (una sopra e una sotto la scatola di legno) e 8 bulloncini (perché su consiglio del Maffo ho utilizzato il primo bullone per fissare il joystick al legno ma senza stringere troppo, poi un secondo bulloncino in modo da fissare e bloccare il primo). In questo modo, pur senza fare troppa pressione sulla struttura di legno, il joystick dovrebbe essere sufficientemente saldo da resistere anche alle sessioni di gioco più intense.

Il risultato è quello che si vede in foto. I pulsanti non sono perfettamente allineati (su internet è possibile trovare delle maschere da utilizzare come riferimento per praticare i fori per i pulsanti e per il joystick). I pulsanti però sono stati disposti per soddisfare egregiamente l’ergonomia della mia mano e delle mie dita.

Una volta inseriti i pulsanti e dopo aver fissato il joystick, li ho collegati alla basetta tramite i cavi di sollegamento presenti nel kit. Ho installato i 4 pulsanti colorati alle porte K1, K2, K3 e K4, i due pulsanti neri grandi li ho collegati alle porte K11 e K12, mentre i due pulsanti più piccoli (uno per inserire i gettoni e uno per il player one) li ho collegati alle porte ST e SE. Comunque, a prescindere dalle porte utilizzate, una volta avviato EmulationStation è possibile configurare i tasti a proprio piacimento.

La qualità dei tasti non è eccelsa… dato il prezzo non mi aspettavo nulla di particolare. I tasti sono bombati (l’ideale sarebbero i pulsanti concavi come quelli delle vere sale giochi degli anni ’80 e ’90) e il tutto risulta molto rumoroso a causa dei microswitch. I pulsanti però hanno un ingombro veramente molto ridotto come si può notare anche dalle foto e il joystick sembra ben strutturato (confermato anche dal peso notevole).

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Saponi da barba duri

Mi sono fatto un regalo e ho acquistato i saponi da barba duri della Goodfellas’ in due versioni diverse… Furiah e Abysso. Sono saponi da barba artigianali fatti in Italia.

Furiah, al profumo di cuoio su legno, è perfetto per la stagione invernale, mentre il sapone Abysso ha delle note molto più fresche (note agrumate, bergamotto, ananas) ed è quindi perfetto per la stagione estiva.

Per l’utilizzo, basta versare un po’ di acqua sul sapone e lasciare agire, e poi prelevare il sapone con il pennello e poi terminare il montaggio in ciotola.

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I DRM in Calibre

Questo post non vuole essere un incitazione a rimuovere i DRM dai file comprati con Adode Digital Edition, bensì vuole essere una guida per chi volesse alcuni chiarimenti tecnici su come rendere compatibile tale formato con gli eBook reader che non supportano questo formato (o i sistemi Linux senza Vine e senza il programma di Adobe installato).

Innanzi tutto, Adobe Digital Edition non è compatibile con Linux (a meno che non si voglia utilizzare Vine, cosa che io non ho fatto), e quindi è necessario lavorare in ambiente Mac o Win. Io ho scelto, ovviamente, Windows 7 per fare queste prove. Sul PC è installato Adobe Digital Edition con relativa attivazione del profilo.

Collegarsi al sito Apprentice Alf’s Blog giusto per capire di cosa stiamo parlando. Sul sito troveremo il collegamento al sito dove scaricare l’apposito plug in per Calibre che, con ogni probabilità, punterà a questo sito. A questo punto è necessario decomprimere il file .ZIP e installare il plug in direttamente da Calibre andando nella sezione Preferenze. Ricordo che per funzionare correttamente sul PC deve essere installato Adobe Digital Edition tramite Vine altrimenti il plugin per Calibre non sarà in grado di funzionare.

Devo essere sincero che non ho trovato nessun utilità nel plug in… però nei file Pyton contenuti nella cartella del plug in sono stati molto utili. Ma vediamo i dettagli.

Ho scaricato il Pyton 2.7 e l’ho installato sul pc. A installazione completata ho scaricato e installato il modulo PyCrypto.

Quindi, ricapitolando, a questo punto abbiamo Windows 7 con installato Adobe Digital Edition attivato, Pyton, il modulo PyCrypto, il plug in DeDRM decompresso e il file in formato .PDF o .EPUB protetto da DRM. Una volta importato il file .acsm all’interno di Adobe Digital,Edition è necessario inserire l’utente e la password per scaricare il file corrispondente. Tutti i libri protetti da copyright si trovano all’interno della sezione Libreria. è necessario selezionare un file e premere il tasto destro per selezionare l’opzione Mostra il file in esplora risorse in modo da aprire la cartella del,computer che contiene i file con estensione .epub con i DRM.

Eseguendo i 3 programmi Pyton presenti nel plug in DeDRM (che è possibile trovare cercando nelle sottocartelle) denominati:

  • adobekey.py
  • ineptpdf.py
  • inptebup.py

è possibile rimuovere il DRM dai file.

Eseguendo il programma adebekey.py viene visualizzato il percorso del file .DER che contiene le informazioni del certificato digitale di Adobe. Una volta individuato il file .DER è possibile copiarlo in un’altra cartella come un normalissimo file.

Rispettivamente i programmi ineptpdf.py e inptepub.py servono per rimuovere il DRM dai file .PDF o ,EPUB. Lanciando ogni programma vengono richiesti 3 parametri: il percorso del file .DER, il percorso del file di input e il percorso del file di output senza il DRM.

Una volta completata l’operazione viene prodotto un file identico al primo ma senza il DRM e quindi utilizzabile su quei dispositivi che non gestiscono correttamente il certificato di Adobe Digital Edition (come ad esempio Calibre per gli ambienti Linux).

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Audio Technica LP120 USB

L’idea c’era da molto tempo Poi però non ho mai trovato il tempo e la voglia di approfondire l’argomento. Ma finalmente, dopo una lunga ricerca, mi sono deciso e ho fatto il passo di acquistare un giradischi.

La scelta è caduta sul modello LP120 USB della Audio Technica. E’ un modello a trazione diretta (in opposizione a quello a cinghia) e imita il famoso modello della Technics di qualche decennio fa.

Ascoltare un disco è una cosa completamente diversa rispetto a quanto siamo abituati a fare. Prima gli mp3 e poi i servizi come Spotify, ci hanno abituato ad avere tutto subito e soprattutto a cambiare canzone con una velocità praticamente istantanea. Con il giradischi il paradigma cambia completamente. Ovviamente per iniziare ho tirato fuori i vecchi vinili di mio padre, ma ben presto ho iniziato a comprare i vinili (nuovi od usati) che mi interessano maggiormente. Ovviamente sto cercando gli album che preferisco e per i quali vado sul sicuro… anche perchè se una canzone non piace, non è proprio agevole passare alla successiva.

Ho scelto questo giradischi anche per la presenza di una porta USB sul retro al quale è possibile collegare il PC tramite l’apposito cavo. Usando il programma gratuito Audacity è possibile rippare e poi salvare e modificare le tracce audio dei dischi.

Ecco, di seguito, le foto dell’unboxing e del montaggio del giradischi.

Specifiche

  • Tipo: Funzionamento a 3 velocità, completamente manuale
  • Motore: Servomotore DC
  • Metodo drive: diretta
  • Velocità: 33-1 / 3 RPM, 45 RPM, 78 RPM
  • Piatto del giradischi: Alluminio pressofuso
  • Starting torque: > 1,0 kgf.cm
  • Sistema di frenata: Freno elettronico
  • Wow e Flutter: <0,2% (WTD) @ 3 kHz (JIS)
  • Rapporto segnale-rumore: > 50 dB
  • Livello di uscita:
    • Pre-amp “PHONO”: 4 mV nominali a 1 kHz, 5 cm / sec
    • Pre-amp “LINE”: 240 mV nominali a 1 kHz, 5 cm / sec
  • Phono Pre-Amp Gain: 36 dB nominali, RIAA equalizzato
  • Funzione USB:
    • A/D, D/A – USB selezionabile a 16 bit / 44,1 kHz o 48 kHz;
    • Interfaccia computer – Compatibile con USB 1.1 Windows 7 o superiore, o MAC OS X o successivo
      Alimentazione: 120 V CA, 60 Hz
  • Consumo di energia: 2,75 W
  • Dimensioni: (LxPxA) 452,0 mm x 352,0 mm  x 141,6 mm
  • Peso: 8 kg (senza coperchio antipolvere)
  • Accessori inclusi: Cartuccia phono AT-VM95E; Headshell AT-HS6; Cavo USB da 1,9 m (6,2 ‘); doppio cavo RCA (maschio) a doppio RCA (maschio) con cavo di messa a terra; contrappeso; feltro opaco; copertura antipolvere; Adattatore 45 giri; obiettivo di tipo stilo plug-type
  • Tipo di braccio: braccio a forma di S bilanciato con guscio staccabile
  • Lunghezza braccio effettiva: 230,5 mm
  • Sporgenza: 16 mm
  • Angolo di inseguimento: meno di 3 gradi
  • Peso cartuccia applicabile: 3,5-8,5 g
  • Campo antislittamento: 0-4 g
  • Stilo di ricambio: AT -VMN95E (venduta separatamente)

Requisiti del sistema operativo per la porta USB

  • PC o Mac con una porta USB disponibile (USB1.1 o successiva)
  • Windows 7 o versione successiva, o Mac OS X o superiore

Manuali

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Cosa mi sta succedendo?

Oggi ho vissuto la seguente esperienza.

Un collega, appassionato di montaggi video in 4K registrati con il drone, mi dice che il suo computer scatta ed è parecchio lento nell’aprire e modificare i file video (che hanno la dimensione di circa 1,2/2 GB). Ok, detta così è troppo semplice, gli chiedo di portarmi il portatile così provo a dare un occhio per capire quale sia il reale problema.

Mi porta il suo computer e, nonostante abbia un paio di anni, è equipaggiato con un processore Intel i7, scheda grafica dedicata ATI e 12 GB di ram. Sistema operativo Windows 8 nativo (quello già installato al momento dell’acquisto). Provo a smanettarci un po’ e capisco subito che il sistema operativo è piantatissimo. Ho provato anche ad installare VLC (che generalmente fornisce ottimi risultati in termini di stabilità e velocità rispetto a Media Player) ma il problema è del sistema operativo. Lentissimo, piantatissimo, inutilizzabile.

Svengo

Poi mi riprendo, mi guardo in giro, poi lo fisso negli occhi e gli dico: “Non l’ho mai detto a nessuno, ma se fossi in te comprerei un Mac”.

Sono svenuto nuovamente.

Morale della storia: se uno è uno smanettone può provarci a mettere mano al pc e provare a reinstallare da 0 una versione non OEM di Windows oppure provare a installare una qualsiasi distro di Linux e incrociare le dita per trovare i programmi con le stesse funzionalità di quelli utilizzati in ambiente Microsoft. Però alla fine, comprando un Mac, potrebbe risolvere velocemente il problema visto che i programmi per la gestione dei file multimediali abbondano su questo sistema operativo. Per me è stato un modo per dare un ottimo consiglio senza dover metterci le mani perchè poi ho aggiunto: “Però per il Mac non posso aiutarti perchè è un sistema che non conosco (e che non voglio conoscere)”.

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Vizi e virtù di un programmatore

Alla facoltà di ingegneria informatica di Modena ho appreso, per la prima volta, che la pigrizia è una dote fondamentale per i programmatori. Il concetto è abbastanza semplice… se c’è già un programma che funziona bene, è inutile cercare di fare un programma che faccia la stessa cosa… o si usa il programma esistente o si cerca di migliorarlo/modificarlo per “piegarlo” alle proprie esigenze. Questa è una caratteristica fondamentale che ha, fra le altre cose, ispirato le librerie per la programmazione (API). Se poi uno usa un ambiente Linux, sa benissimo che utilizzando la shell e i programmi disponibili nel sistema operativo, può fare qualsiasi cosa combinandoli insieme senza dover riscrivere i programmi base.

Facendo qualche ricerca in internet ho trovato questo sito che conferma questa teoria… e inoltre vengono individuate altre due caratteristiche che i programmatori devono possedere che sono l’impazienza e la tracotanza.

L’elenco delle tre virtù di un programmatore sono state codificate da Larry Wall, l’inventore del linguaggio di programmazione Perl (pagina Wiki e sito ufficiale)… programmatore con un grande umorismo…

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Radersi come un Uomo Alfa – Capitolo 4: Razorock the other italian one

Avevo voglia di un rasoio nuovo e mi sono fatto invogliare dagli sconti di Novembre per acquistare un rasoio Razorock Lupo Black.

Il rasoio è in alluminio e lavorato al tornio a CNC e quindi garantisce una finitura perfetta ed elegante. La testina copre interamente la lametta e questo secondo me è un plus non indifferente, sia a livello estetico ma anche a livello pratico perchè la particolare conformità dell’alloggiamento garantisce il corretto allineamento della lametta (che quindi risulta sempre perfettamente allineata e perpendicolare al verso del taglio).

La lavorazione in alluminio si fa sentire, tanto è vero che il peso del rasoio con la lametta montata è pari a 32 grammi (quindi nettamente inferiore agli altri rasoi che che utilizzato recentemente). Ricordo che il Fatip pesa 70 grammi, mentre il rasoio Wilkinson Classic 43 grammi.

Insomma, in poco tempo è diventato il mio rasoio preferito e faccio veramente molta fatica a passare agli altri rasoi. E’ molto deciso anche se non l’ho trovato troppo aggressivo sulla pelle. Il baricentro si trova proprio nella parte zigrinata del manico. Con questo rasoio (e la giusta lametta) è possibile tagliare la barba di una settimana senza nessun problema.

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